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Cangiotti Catervo

Catervo Cangiotti nacque a Pesaro il 6 Luglio 1895. Il padre, imprenditore, avveduto nel condurre gli affari di famiglia, dopo le scuole Elementari, mandava Catervo a proseguire gli studi presso il Collegio “Raffaello” di Urbino preferendo che non seguisse l’indirizzo umanistico nonostante il giovane dimostrasse vivo interesse in tal senso.
Dopo aver conseguito la “licenza”, con il ritorno nella città natale, assecondando gli orientamenti paterni, frequentava – sempre con ottimo profitto – le prime classi del locale Istituto Tecnico che tuttavia doveva lasciare perché chiamato alle armi.   Sempre in Pesaro, avendone i titoli, partecipava con entusiasmo al Corso per Ufficiali presso il 2° Reggimento Artiglieria, uscendone - dopo un semestre – Sottotenente.
In seguito all’entrata dell’Italia in guerra, tutto necessariamente procedeva nel  segno della rapidità per cui anche il servizio di prima nomina ad Acqui - sempre in Artiglieria con il 23° Reggimento – non era che una breve premessa ad anticipare di poco l’invio del Reparto al fronte.   Incorporato nella 2^ Armata, il giovane Ufficiale prendeva parte a tutte le operazioni condotte dalla Grande Unità nel corso del 1916.
Trasferito ad una batteria campale “pesante” sul Sabotino, il 14 Giugno del ’17, si guadagnava un prima ricompensa al Valor Militare, fronteggiando una grave situazione di pericolo, con coraggio, senso di responsabilità, spirito d’iniziativa e profondo altruismo nei confronti dei militari a lui sottoposti.
In Agosto, Catervo Cangiotti partecipava ai combattimenti sull’Altipiano della Bainsizza con l’incarico di Ufficiale di collegamento fra Artiglieria e Fanteria, mentre sul finire di Ottobre, dislocato nella medesima zona d’operazioni agli ordini del 37° Gruppo O.P.C., gli veniva affidato il comando di una sezione e poi – da interino - della 52^ batteria posizionata a Passo Zacotan, a Sud-Est di Caporetto  proprio alla vigilia di quel drammatico 24 Ottobre, quando prendeva avvio la pesante offensiva scatenata dalla 14^ Armata austro-tedesca. Sagacemente attaccato al dovere, il Tenente Cangiotti non poteva evitare di farsi coinvolgere dalla ritirata ; coinvolgere ma non travolgere giungendo sulla linea d’arresto del Piave combattendo duramente, subendo serie perdite ma riuscendo a portare in salvo tre pezzi della propria batteria. Comportamento che gli faceva meritare la Croce di Guerra al V.M..
Dopo questi eventi, ferma restando la sua appartenenza all’Artiglieria, veniva accolta la domanda di frequentare il corso per Osservatori d’aeroplano onde usare, in tale nuovo ruolo, l’acquisita esperienza a supporto delle operazioni al suolo sempre e infaticabilmente presente nel cielo delle battaglie del Piave e del Grappa.
Anche questo altrettanto importante periodo di attività bellica era premiato con una seconda Medaglia di Bronzo.
Sulla breccia sino alla vittoriosa conclusione del conflitto : che lo trovava comandante della 32^ Squadriglia Aeroplani ma anche affetto da una grave forma di erisipela infetta.   Ciò non di meno, pensando con gioia al momento del congedo e – dopo anni di lontananza - al ritorno fra i propri cari, recatosi a Torino il 29 Ottobre 1918 per espletare le ultime formalità presso il Deposito Battaglione Aviatori, doveva invece essere urgentemente ricoverato all’Ospedale Militare di quella città.    Una coinvolgente biografia a lui dedicata anni or sono, così rievoca quegli ultimi giorni di vita… ”A nulla valsero i lumi della scienza, lo zelo degli assistenti e le cure amorose della mamma, accorsa con l’altro figlio Claudio al capezzale del caro malato. I progressi continui del male logorarono il corpo, ma non abbatterono l’animo….E quando il male gli tolse il bene degli occhi, con braccia convulse cercava il collo materno per accarezzarlo…”.
Catervo Cangiotti doveva arrendersi al male come aveva saputo non farlo di fronte all’incalzare del nemico. Egli  moriva il 4 Dicembre 1919, ventiquattrenne ; non soltanto tra il dolore dei congiunti, ma circondato anche dalla rattristata partecipazione dei superiori, colleghi e subalterni, unanimemente certi di perdere un vero soldato e al tempo stesso un uomo, espressione vivente di rare virtù.
Così fu ed è per la città di Pesaro che ne conserva il ricordo, con orgoglio e devoto rispetto, ancor’oggi alle soglie del Terzo millennio.    

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